Valentina's profileA piedi nudi per le vie ...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    January, 2009

    la porta

    "Aprite la porta, dunque, e vedremo i frutteti,
    berremo la loro acqua fredda su cui la luna ha lasciato la sua
    traccia.
    Il lungo cammino infuocato è ostile agli stranieri.
    Erriamo senza sapere e non troviamo alcun posto.
    Vogliamo vedere i fiori. Qui la sete ci sovrasta.
    Sofferenti, in attesa, eccoci davanti alla porta.
    Se necessario, l'abbatteremo sotto i nostri colpi.
    Incalziamo e spingiamo, ma la barriera è troppo forte.

    Bisogna attendere sfiniti e continuare a guardare invano.
    Osserviamo la porta; è chiusa, incrollabile.
    Vi fissiamo lo sguardo. Sotto il peso della prova piangiamo.
    La guardiamo senza posa. Il peso del tempo ci schiaccia.

    La porta è davanti a noi. A che serve desiderare?
    Meglio sarebbe andarsene e abbandonare la speranza.
    Non entreremo mai. Siamo stanchi di riguardarla.
    La porta aprendosi liberò un profondo silenzio

    senza lasciar vedere né i frutteti né alcun fiore.
    Solo lo spazio immenso in cui abitano il vuoto e la luce
    apparve d'improvviso da parte a parte, colmò il cuore
    e lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere.

     

    (Simone Weil, Poèmes, cit. p. 35)

    December, 2008

    per caso?!

    "come sarebbe bello dire 'per caso'? ..
    Tu credi davvero che ci sia qualcosa che succede 'per caso'?

    Alessabdro Baricco, Castelli di Rabbia

    December, 2008

    aspettando l'amore

    Aspettando l'amore

    (Rabindranath Tagore)

    Nubi su nubi si addensano
    e si fa buio.
    Amore mio, perché mi lasci tutto solo
    sulla porta ad aspettarti?

    Nei momenti più intensi del lavoro
    durante il giorno
    sto tra la gente
    ma in questo momento
    così buio e desolato
    solo in te posso sperare.
    Se non mi mostri il tuo volto
    se mi lasci qui in disparte
    non so come riuscirò a sopportare
    queste lunghe ore di pioggia.


    Osservo in lontananza
    l'oscurità del cielo
    e il mio cuore gemendo
    vaga col vento inquieto.

    November, 2008

    sale e luce?!

    ESSERE SALE E LUCE DELLA CITTA' E DELLA TERRA 

    Meditazione del Cardinale Arcivescovo Carlo Maria Martini nella Veglia di preghiera con i giovani in partenza per Toronto

     


    Milano, Basilica di S. Ambrogio, 8 luglio 2002

     

    (...)Fra le preparazioni va inclusa la lectio del brano evangelico, tratto dal Discorso della montagna, che riporta le due icone fondamentali scelte dal Papa per Toronto: sale e luce.

     

    Lectio di Mt 5,13-16

    Il testo comincia con un "voi", che poi si ripete: "Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, la vostra luce risplenda, vedano le vostre opere buone". E' quindi un'interpellanza diretta a ciascuno di noi che ascoltiamo.

     

    Questi "voi", concretamente, sono coloro a cui sono state proclamate appena prima le beatitudini, specialmente l'ultima. Sapete che le beatitudini sono alla terza persona: "Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace, coloro che hanno fame e sete della giustizia". L'ultima, invece, passa al "voi":"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi".

     

    Questo "voi" è rivolto a chi vive le beatitudini e in particolare la beatitudine della persecuzione. Tocca perciò tanti giovani e ragazze del mondo che vivono in situazione di sofferenza, che soffrono per la fede. Non sono pochi nel mondo e ne incontrerete certamente a Toronto. In alcuni paesi hanno subito non solo limitazioni nella crescita della loro vita, bensì pure il carcere, la tortura e la morte.

     

    Il sale della terra, la speranza del mondo, sono coloro che permettono alla terra di non inaridire, di non marcire, perché il coraggio che hanno nel proclamare la fede salva l'umanità.

     

    Dietro a loro ci siamo anche noi, ci siete voi, quando viviamo lo spirito delle beatitudini, il Discorso della montagna e ci poniamo in una condizione di società alternativa, di persone che di fronte a una società che privilegia il successo, l'effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra, scelgono la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio.

     

    Noi vogliamo vivere le beatitudini, e per questo valgono pienamente le quattro affermazioni di Gesù e la sua esortazione. Affermazioni metaforiche, simboliche, non facili da interpretare. Ogni simbolo viene svolto in maniera sintatticamente diversa.

     

    La prima metafora è la più elaborata: "Voi siete il sale della terra" (affermazione in positivo), "ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?" (la stessa cosa è detta in negativo). Segue una conclusione che mostra gli effetti disastrosi del sale scipito: "A null'altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini".

     

    Gesù quindi dice: o siete discepoli autentici o siete zero, siete da buttar via, da disprezzare, siete degli infelici, degli spostati; voi siete il sale della terra, ma se di fatto non lo siete, non siete nulla.

     

    La seconda affermazione è un'altra metafora, appena accennata, anch'essa straordinaria: "Voi siete la luce del mondo". E' sorprendente, o Signore, che tu ci chiami luce, perché tu stesso sei la luce, come hai detto: "Io sono la luce del mondo"; tu non hai paura di dire a ciascuno di noi che siamo luce del mondo se viviamo le beatitudini evangeliche!

     

    La terza affermazione cambia completamente. Usa l'immagine della città, esprimendola in negativo:'Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte. A dire: se siete discepoli, siete visti e giudicati da tutti, non potete nascondervi, tirarvi indietro; se accettate la via del discepolato, avete una responsabilità pubblica che nessuno vi può togliere.

     

    L'ultimo paragone è un po' simile alla metafora della luce. Mentre però, "la luce del mondo" faceva pensare piuttosto al sole, alla luce della creazione iniziale, qui si parla più modestamente di lucerna. Sappiamo che anche una lucerna piccola illumina un luogo buio. Gesù la descrive con un paradosso: "Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio", sotto quel secchio, più o meno grande, che è una misura per contenere il grano. Certo è ridicolo coprire una lucerna con un secchio, però noi facciamo di queste cose ridicole quando non viviamo secondo il vangelo pur chiamandoci cristiani."Una lucerna va messa sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa". Notate l'apertura cattolica, universale: a tutti quelli che sono nella casa, credenti e non, discepoli e non, vicini e lontani. Voi siete luce per tutti. Siete luce del mondo, non dei buoni, dei cristiani, di quelli che ci stanno, ma del mondo intero, siete sale della terra, della terra che produce il cento per uno e di quella arida, disperata, affamata.

     

    Gesù, dopo aver sottolineato la responsabilità del cristiano che accetta di essere discepolo, conclude con una esortazione, che riguarda in particolare la metafora della luce; ovviamente riprende anche il tema del sale e della città. "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini". Può sembrare una contraddizione per chi conosce bene il Discorso della montagna, là dove dice: "Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini ... quando preghi, chiudi la porta della tua stanza; quando fai l'elemosina, non suonare la tromba".

     

    C'è dunque un'apparente contraddizione fra le due esortazioni, ma noi comprendiamo bene che cosa significano l'una e l'altra. Gesù vuole che compiamo il bene per se stesso, senza cercare gratificazioni, soddisfazioni, compensi. Tuttavia il bene fatto non può non riverberarsi intorno. Abbiamo la responsabilità di fare il bene per amore, e non per essere visti: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli". Sono tre momenti progressivi e potremmo paragonarli al frutto di un albero. Il frutto è bello quando è maturo sull'albero; è bello quando viene mangiato; è bello e buono quando nutre interiormente e lascia soddisfatti.

     

    Voi siete luce per gli altri quando volete vivere il vangelo, quando siete decisi a essere discepoli; sete nutrimento per gli altri quando compite le opere evangeliche; siete motivo di gloria a Dio quando queste opere sono colte da altri.

     

    Ma quali sono queste opere buone che dobbiamo far risplendere? Non dobbiamo cercarle lontano. Non sono quelle classiche del giudaismo (preghiera, elemosina, digiuno), bensì le opere del Discorso della montagna: mitezza, povertà, gratuità, misericordia, perdono, abbandono a Dio, fiducia, fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. E' il Discorso della montagna che risplende e crea quella società alternativa che non permette alla società di corrompersi del tutto. E' un po' come la preghiera di Abramo a Dio per Sodoma: se ci saranno almeno dieci giusti, salverai la città.

     

    La nostra grande responsabilità è di essere fra coloro che sono sale e luce della città e della terra. Perché, se c'è tale speranza, questo sale e questa luce daranno speranza a molti. E voi, con il pellegrinaggio a Toronto, siete chiamati a essere speranza, luce, sale della terra; siete chiamati a una missione verso il mondo intero. Una missione riassumibile in una parola, la stessa che è nel motto e nell'icona che vi verrà distribuita: Sei sale, sei luce, sii santo! Essere luce, sale, lucerna sul lucerniere, città sul monte, vuol dire essere santi.

     

    Per questo mi è molto piaciuto che le Sentinelle del mattino abbiano scelto, quale titolo del loro Sinodo: "Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio". Il Papa, nella Novo millennio ineunte, non esita a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale della Chiesa e delle parrocchie è quella della santità. E aggiunge: "Sarebbe un controsenso accontentarci di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalista e di una religiosità superficiale ...E'ora di proporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria". Io ripeto spesso che è più facile essere santi che mediocri. Perché essere mediocri significa portare la vita cristiana come un peso, lamentandosi, amareggiandosi, rammaricandosi; la santità, invece, è luminosità, tensione spirituale, splendore, luce, gioia interiore, equilibrio, limpidità.

     

    Il vocabolo "santità" non deve intimidirci, quasi volesse dire arrampicarsi sui vetri o vivere un eroismo impossibile, proprio solo di pochi. La santità non è opera nostra, ma è partecipazione gratuita della santità di Dio, quindi è una grazia, un dono prima di essere frutto del nostro sforzo. Indica che tutta la persona (mente, cuore, mani, piedi) viene inserita nella sfera misteriosa della purezza, della bontà, della gratuità, della misericordia, dell'amore di Gesù. E' una consegna totale di noi, nella fede, nella speranza e nell'amore a Gesù, al Dio della vita; una consegna che si attua nella vita quotidiana vissuta con amore, serenità, pazienza, gratuità, accettando le prove e le gioie di ogni giorno con la certezza che tutto ha senso davanti a Dio, tutto è valido e importante.

     

    Chiediamo allora, per intercessione di sant'Ambrogio, di vivere le Giornate mondiali della Gioventù implorando la grazia di essere sale della terra, luce del mondo, riflesso della santità di Gesù.

    November, 2008

    riassunti incontrAdo

    26.10 

     

    Le parole sono significanti di qualcosa di più grande. Rimandano ad un aspetto simbolico dell’esistenza che, altrimenti, non avrebbe un “contenitore” che lo renda comprensibile agli “altri” ai quali vogliamo spiegarle. Spesso svuotiamo di senso le “parole” profonde che pronunciamo per abitudine o per leggerezza e tendiamo a sottovalutare il rimando simbolico che, per costituzione, hanno. Ci chiediamo cosa significhino per noi espressioni come : “ Ti voglio bene”, “Ti amo”, “ Ti amerò per sempre”, “ sono Tuo”.

    Espressioni di tenerezza e di affetto che, se usate impropriamente, ci restituiscono un’idea distorta anche delle relazioni che rappresentano. Anche Gesù, nella sua storia di Uomo nel mondo, ha usato spesso espressioni forti per “raccontarci il Suo Amore”, sempre più profondo del nostro, forse per farci capire come, anche noi, possiamo “raccontarci – in Lui – agli altri” e “donarci completamente attraverso una Parola che salva”.

     

    02.11

    Il nostro corpo ha un linguaggio tutto particolare che ci permette, come le parole e ancora più a fondo, di esprimere i nostri sentimenti e le nostre emozioni agli interlocutori che ci troviamo di fronte. Proprio per questa grande ricchezza, dobbiamo interrogarci continuamente su quanto sia importante il nostro modo di porci e donarci agli altri.

    Siamo cresciuti, non siamo più dei bambini. Siamo cresciuti come ragazzi e ragazze, maschi e femmine inevitabilmente diversi e attratti....siamo cresciuti e, insieme al nostro corpo, sono nate e cresciute relazioni nuove, più o meno significative, in cui il linguaggio corporeo ha acquistato, via via, sempre più importanza.

    Anche nelle relazioni di amicizia e di conoscenza, ci offriamo all’altro nell’interezza del nostro essere come corpo e spirito.

    Questa duplice essenza dell’uomo è inscindibile, ogni tentativo di divisione, riduzione di una delle due parti non può che farci perdere di completezza.

    Anche coloro che scelgono di rinunciare all’esercizio della genitalità per una forma di amore universale che si compie nella scelta della Verginità, non rinunciano mai alla sessualità e all’affettività intesi come pienezza d’uso del dono del corpo come “mezzo per spiegare agli altri la nostra anima” e come strumento d’amore.

    Rischiamo spesso di snaturare la nostra corporeità e la nostra affettività perchè “sfruttiamo” male il nostro corpo o perchè non ne abbiamo cura o perchè lo riduciamo a semplice “mezzo” per la ricerca di svariati tipi di piacere (quello di essere osservati con civetteria, quello di ricercare un piacere senza storia nè futuro, quello di essere un’immagine diversa da quello che si porta dentro). Ci interroghiamo quindi su cosa sia per noi il nostro corpo e come sappiamo “usarlo” al meglio nella gestione delle nostre relazioni affettive, di qualsiasi tipo e di qualsiasi sorta.

    Il nostro corpo è un mezzo d’amore e, come tale, deve essere usato. Un uso “scorretto” del proprio corpo porta sempre e solo dolore e mai amore.

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    October, 2008

    pensieri in libertà sulla piazza che urla e sulla crisi

    Cari amici, 
    Condivido con voi qualche pensiero sulla situazione socio-poltica di questi mesi.
    Vi chiedo, se volete, di rispondere e commentare come preferite in modo da far crescere il dialogo e il confronto.
    ognuno esprima liberamente la propria idea in modo che ci si possa coonfrontare!
     
    Dal canto mio...Sono proprio preoccupata per l’attuale situazione politica italiana.

    Vedo tanti giovani come me che scendono in piazza per manifestare contro un decreto legge che strozza il futuro di tanti studenti e che si riempiono la bocca dello slogan: noi la crisi non la paghiamo.

    Guardo con apprensione alla crisi che, sono sicura, non è ancora passata ma passerà tra breve, lo diceva ieri sera anche il Capo dello Stato.

    La crisi è molto più generalizzata e più globale di quanto la piazza urli e di quanto i nostri politici facciano finta di non capire.

    È una crisi che parte da una gestione dissennata dell’economia a tutti i livelli: mini, micro, macro.

    é una crisi che affonda le sue radici molto più lontano che nell'attuale legislatura o in quella precedente.

    È il ciclo del consumismo che va esaurendosi e va bruciando la società artificiale che ha creato, è il ciclo finale di una politica economica che non ha saputo guardarsi alle spalle imparando dalla storia passata che, a gran voce, annunciava da tempo che il laissez faire e la mano invisibile non esistevano più da tempo.

    La politica economica cieca di chi vuole utilizzare il libero mercato per l’ istruzione, la sanità e la  ricerca (e che quindi tenta disperatamente di privatizzare e liberalizzare il mercato) e inietta valanghe di soldi in giganti ormai, per forza di cose, morti come l’Alitalia e le Banche che ben conosciamo.

    Non voglio entrare in un discorso banalizzato da talk show, voglio solo tentare di dare una lettura agli anni passati, anni in cui non avevo la capacità di capire quello che succedeva attorno a me e mio papà non faceva che ripetermi che, se fossimo andati avanti così...

    Ora che "siamo andati avanti così" sono davvero preoccupata per tutti i giovani come me e per le famiglie.

    Da una parte vedo una piazza multicolore e multiculturale, più o meno preparata, che, in un modo o nell’altro mi attira, e che si fa portavoce dell’esigenza di un cambio netto nella gestione della cosa pubblica essendo preoccupata del futuro e dell’incertezza che l’attende e dall’altra una classe politica al potere che, troppo sicura di sè, arrogante e presuntuosa, continua sulla linea intrapresa e non tornerà indietro nemmeno di un passo.

    Mi chiedo quale possa essere il mio ruolo di giovane universitaria cristiana in mezzo a questo marasma.

    Ho la grazia di essere più tranquilla e meno arrabbiata dei miei amici perchè ho la certezza che il mio futuro e la storia del mondo, quella che mi precede e mi supera e va oltre la mia breve esistenza, è nelle mani del Signore che, con intelligenza, orienta anche il male al bene.

    Allo stesso tempo però vivo nel dubbio della testimonianza.

    Esprimo il mio dissenso ed entro, solo in punta di piedi, non condividendo tutto, nella “manifestazione di piazza”.

    Come mi pongo in mezzo a questa situazione? Come posso vivere in questo mio tempo?

    Cosa mi chiede il Signore in questa fase?

    sono le domande di questi giorni!

    Mamma mia, scrivo sempre troppo!

    se volete ulteriori delucidazioni sulla mia idea non esitate a chiedere!

     

    a presto!

     

    Vale

    October, 2008

    e voi cosa ne pensate? attendo impaziente commenti!

    Cristiani terrestri

    (Madeleine Delbrel)

    Ci sono cristiani scalatori di paradiso e ci sono cristiani "terrestri". Questi aspettano che il paradiso discenda in loro e li scavi secondo misura.
    La misura del paradiso in noi è il compimento preciso e generoso del nostro dovere quotidiano.
    Questo dovere che è il contrario di ciò che si potrebbe chiamare spirito di avventura, spirito di ricerca.
    Esso libera alla visita di Dio la piccola particella di umanità che noi siamo e ci stabilisce in una legge di amore.
    Compiere il proprio dovere quotidiano è accettare di rimanere dove si è, perché il regno di Dio giunga fino a noi e si estenda su questa terra che noi siamo.
    E' accettare con un'obbedienza magnanima la materia di cui siamo fatti, la famiglia di cui siamo membri, la professione in cui lavoriamo, il popolo che è il nostro, il continente che ci circonda, il mondo che ci serra, il tempo in cui viviamo.
    Perché il dovere di stato non è quell'obbligo meschino di cui si parla talvolta. E' il debito del nostro stato di essere carnali, di figli o di padri, di funzionari, di padroni, di operai, di commercianti; di francesi, di europei, di "cittadini del mondo", di uomini d'oggi.
    E il saldo di questo debito, versato integralmente, soldo a soldo, ogni minuto, farebbe di noi dei giusti.
    Sarebbe un lungo viaggio fare il giro del dovere così considerato.
    Noi ci contenteremo di percorrerne, con lo sguardo, alcune tappe.

    October, 2008

    senza scappare

     L'estasi delle tue volontà

    (Madeleine Delbrel, Che gioia credere)

    Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
    noi li ringraziamo di avercelo chiesto.

    Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
    in tutta la nostra vita,
    noi ne rimarremmo meravigliati
    e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
    sarebbe «l'avvenimento» dei nostro destino.

    Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
    tu metti nelle nostre mani tanto onore,
    noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
    da esserne annoiati.

    Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
    noi rimarremmo stupefatti
    di poter captare queste scintille del tuo volere
    che sono i nostri microscopici doveri.

    Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
    in questa tenebra immensa che ci avvolge,
    le innumerevoli
    precise
    personali
    luci delle tue volontà.

    Il giorno che noi comprendessimo questo
    andremmo nella vita come profeti,
    come veggenti delle tue piccole provvidenze,
    come mediatori dei tuoi interventi.

    Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
    Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
    Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
    Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
    Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
    tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
    per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.

    Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
    ma dei felici eletti,
    chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
    chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.

    Persone che ti sono un poco necessarie,
    persone i cui gesti ti mancherebbero,
    se rifiutassero di farli.
    Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
    il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
    la porta da aprire, il microfono da staccare,
    l'emicrania da sopportare:
    altrettanti trampolini per l'estasi,
    altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
    dalla nostra cattiva volontà
    alla riva serena dei tuo beneplacito.

    October, 2008

    sono solo pensieri di notte

    Sono solo pensieri di notte che solleticano la mente...un puro esercizio retorico, se vuoi, un tentativo di fare uscire dalla punta delle dita qualche battito sospeso.
    è così che viviamo l'attesa, tra i battiti.
    leggili come vuoi, leggi come vuoi queste parole che scorrono incessanti nel silenzio della notte come scorrono nel deserto i pensieri e il vento di una notte mediorientale a carezzarti i sospiri...
    ho tanto da raccontare, sai? tanto da trasformare, tanto da vivere ma mi mancano le parole.
    a volte basterebbe un gesto, uno sguardo.
    a volte invece non è facile nemmeno quello.
    a volte serve solo il silenzio.
    a volte serve solo l'attesa.
     
    dedicato a chi vorrà leggere e ritrovarsi, forse perdersi in queste parole che non vogliono essere assolutamente altro che semplici pensieri che solleticano la mente...
    forse solo un puro esercizio retorico...
    un tentativo...
    October, 2008

    rientroooooooooooo

    meno 4...
    tra 4 giorni saro di nuovo tra voi!
    non vedo l'ora di abbracciarvi anche se mi dispiace tantissimissimo tornare!!!
    a prestooooooooooooooooo
    September, 2008

    dopo un mese e un pò

    Carissimi tutti,
    come state? come va?
    vi chiedo scusa perchè è un pò che non vi scrivo ma, purtroppo, non riesco mai a rimanere in un internet poinbt abbastanza a lungo per raccontarvi tutti i doi stupendi che sto ricevendo. Tuttavia vi penso sempre e vi porto nel cuore!
    Qui a Damasco va tutto molto bene: ho finito il primo corso in università e ho già cominciato il secondo.
    l'arabo è prprio una brutta bestia ma ce la sto mettendo tutta. ho tanti amici qui che mi aiutano!
    le persone che incontro sono sempre speciali: quante storie stanno entrando nel mio cuore, quanti sorrisi e quante lacrime.
    la siriaè proprio un posto da visitare e da vivere, un posto strano da assaporare e gustare.
    ho fatto un bel viaggetto al nord durante la vacanza ed ho incontrato persone davvero stupende che mi hanno donato tanto: Alessandro, musicista di Firenze, Francesca di Bologna, Charlie di Londra, Annette di Berlino...
    che bello!
    Io, Alessandro e Francesca abbiamo praticamente viaggiato sempre insieme.
    a Latakia, sul mare, siamo stati opsiti di Padre Pedro, un missionario italiano...è stato come sentirmi a casa: un uomo solare, caldo, simpatico, dolce e determinato! mi è servito molto!
    non vi nego che alle volte ho un pò di nostalgia ma poi guardo ben dentro al mio cuoricino e ci trovo i vostri che battono insieme al mio in questo mare di contraddizioni e di emozioni forti!una cosa assolutamente comica da raccontarvi: mi hanno invitata ad un matrimonio...qui le feste durano 3 giorni...
    venerdì, sabato e domenica prossima, al sud, vicino a Bosra!
    il problema è uno solo...non conosco gli sposi...mi hanno invitata perchè conosco il fratello dello sposo e alcuni amici ma gli sposi non li ho mai vistI!mi sono avventurata nel suq per comprare un vestito decente e un paio di scarpine ma, avendo un 41-2, ho scatenato un sacco di risate in tutti i commercianti del suq amydyya (a cui, comunque, ho estorto un gran sconto!).
    vi racconterò l'esperienza al ritorno.
    ora devo già scappare perchè i bimbi attendono!
    prometto che metterò alcune nuove foto del viaggio!
    vi chiedo, se volete, di pregare un pò per me o semplicemente di pensarmi un pò...
    ne ho un pò bisogno!
    vi voglio beneeeeeeeeeeeeeeee!!!!
    ciaoooooooooooooo mondoooooooooooooooooooooooo
     
    ila-l-li-kà!
     
    August, 2008

    dopo 2 settimane

    Damasco 9/8/2008
     
    Cari amici  e care amiche,
    kifcon?
    come state?
    io molto bene, è inizita l'umiversità e sto studiando molto perchè le lezioni (tutte in arabo) sono molto difficili!
    Sono stata 2 giorni nel deserto, uno spettacolo!
    e sto conoscendo sempre più gente di tutto il mondo!
    ora devo scappare perchè qui all'iternet point c'è un sacco di gente!
    spero di avere presto vostre notizie!
    scrivetemi un pò...;-)
    vi penso,
    vale
    July, 2008

    dimasq!

                                                                                      Damasco 28.07.08

    Carissimi amici, kifaq?! (come state?)

    Qui a Damasco molto bene!

    Finalmente inizio ad abituarmi al torrido caldo mediorientale e ad orientarmi meglio in questa città che, davvero, ha mille volti.

    Non avete idea di quanto sia bello e divertente cercare di prendere un taxi o un mini bus per spostarsi da una parte all’altra della città oppure avventurarsi nei vicoletti (qui al quartiere cristiano non si corre nessun pericolo, ve lo assicuro) e vedere le case della gente e piccole scene di vita quotidiana tipicamente arabe.

    Dovete immaginare dei vicoletti stretti stretti in cui ci sono dei negozi piccoli piccoli gestiti tipicamente da uomini che hanno sempre pronto sul fuoco un pò di thè e due bicchieri, moschee e chiese in ogni angolo, muezzin e campane che fanno a gara per chi canta/suona meglio.

    Ogni tanto le stradelle finiscono direttemente nei cortili di qualche casa araba in cui si possono vedere scene bellissime: dei bimbi che ti supplicano di fare delle foto (e si mettono anche in posa!), donne che si sistemano a vicenda i capelli, mamme sedute intorno al tavolo a bere thè o caffè arabo (non ve lo consiglio!)...

    Qui tutti quelli con cui parlate vi chiedono se avete bisogno di qualcosa, se volete qualcosa se...non ho mai visto un’ospitalità così calda!

    Al Suq è un pò diverso. C’è una gran baraonda e gli stranieri (ci beccano subito!) sono visti come delle bellissime galline d’oro da spennare.

    La prima cosa che bisogna imparare è..la contrattazione sul prezzo!

    I prezzi qui sono bassissimi davvero per tutto e si contratta davvero su tutto. Parlando con un pò di persone tuttavia mi hanno riferito che il costo della vita è salito. Si vedono tanti poveri qui...molte delle persone che incontro sono povere tuttavia non esitano a farsi in quattro perchè tu sia ahllan-wa shallan, benvenuto.

    Ho avuto la fortuna di entrare (camuffata!) in una moschea shi’a, di assistere ad un matrimonio in rito siriaco antico, di andare in un paese in mezzo al deserto in cui la gente parla ancora in aramaico (la lingua che parlava Gesù) e di chiacchierare con un pò di persone.

    Il posto in cui sto non è male, è una bella casa araba (bella e umile) in cui sono ospitate 2 ragazze arabe che lavorano qui a Damasco ma abitano in un’altro paese, io e Gabriella, una ragazza sarda che abita in inghilterra da moltissimi anni che avevo conosciuto all’aeroporto il primo giorno.

    C’è poi una signora, doctor Nihsa, che gestisce la casa che è proprio di fianco al bellissimo patriarcato Greco Cattolico. Pur nella sua semplicità ed umiltà la casa è al di sopra degli standard delle case della gente comune. Mi piacerebbe condividere un pò della loro povertà...il prossimo mese vedrò cosa fare! La Signora mi parla sempre in francese, inizio a comprendere molto meglio questa lingua ma di arabo sin ora ho imparato solo qualche parola, giusto per capirmi con i taxisti o con gli autisti dei mini bus.

    Cosa sono i mini bus? Sono dei pulmini piccoli piccoli e scassatissimi che fanno delle rotte prestabilite, che costano pochissimo e che, se impari a prenderli, ti portano ovunque tu desideri andare a Damasco e dintorni. Da noi non potrebbero nemmeno circolare ma qui è tutto diverso.

    La giuda damascena è terribile, ve lo assicuro, ma d’altronde bisogna entrare fino in fondo nella cultura di un posto per conoscerlo meglio, o no?!

    Domenica ho il test di ingresso all’università, speriamo bene!, e lunedì inizio il corso di arabo!

    Che roba!

    Mamma mia, vorrei scrivervi un sacco di cose ma poi rischio di diventare troppo lunga!

    A presto e un abbraccio forte a tutti!!!

     

    Vale

        

    July, 2008

    SIRIA!!!

    Damasco 26-07-08, 11.38 (10.38 in Italia)

     

    Carissimi amici e carissime amiche,

    come state? Come va?

    Io sono finalmente arrivata a Damasco e finalmente ho una casetta in cui stare. Qui fa davvero un sacco di caldo e la gente fa orari strani, tutto è diverso, tutto è strano, tutto è molto “forte” (odori, colori, sapori, lingua, modo di essere e di fare, ospitalità). Sono un pò confusa ma non mi lascio spaventare e continuo ad aver voglia di conoscere.

    Ieri sono arrivata all’aereoporto alle 4 di mattina ed ho avuto il primo trauma: sono stata invasa da una folla di persone che urlavano in arabo, tantissime donne completamente velate, tantissimi uomini con i vestiti tipici e turbantini vari nonchè una gran confusione e un gran mix di odori.

    Che roba!!

    Ieri mattina un ragazzoche stava aspettando un'altra ragazza italiana, mi aiutata a trovare un taxi o qualcosa con cui raggiungere Bab-tuma, la parte vecchia di Damasco dove sapevo sarei stata alloggiata.

    Così ho conosciuto Georges (figlio del panettiere che prepara il pane che si spezza durante l’Eucarestia), sua sorella Rita e i suoi genitori che mi hanno ospitato a casa loro (una bellissima e poverissima casetta tipicamente araba vicinissima al posto in cui sto ora) offrendomi thè, cafè, prugne, biscottini...

    Qui la gente è davvero molto molto calda e ospitale!

    Nel pomeriggio finalmente ho potuto lasciare le valige al patriarcato e, in attesa della dr Nihsa (la responsabile della casa in cui sono ospitata) mi sono avventurata per le vie della vecchia città cercando di orientarmi un pò e perdendomi più volte per le vie strette strette che brulicano di gente e si perdono tra negozietti piccoli piccoli in cui si vende davvero di tutto e bancarelle improvvisate lungo la strada con uomini che giocano a dadi o bevono caffè e donne che qui, nel quartiere cristiano, non sono necessariamente velate, e bambini che corrono in biciclette e macchine che si incastrano e suonano il clacson anche per far spostare i gatti che mangiano i rifiuti...

    La città, come avrete capito, è molto diversa dalle nostre. Vicino alla casa in cui abitano le piccole sorelle ho trovato un gruppo di ragazzi che il venerdì pomeriggio fa volontariato con bambini affetti da vari handicap, da venerdì prossimo andrò lì anch’io nel pomeriggio: qui i due giorni di riposo settimanale sono il venerdì pomeriggio e il sabato, la domenica è tutto aperto.

    Sono tanti i poveri...

    La comunicazione non è assolutamente facile...visto che anche dal panettiere bisogna contrattare, se non sai l’arabo ti fregano!É raro che la gente conosca l’inglese, qui parlano francese ed arabo ed io, come sapete, riesco a capire poco di queste due lingue ma sono certa che se mi applico un pò qualcosa posso imparare. Questa mattina (mentre cercavo disperatamente di capire come raggiungere l’Università che, tra l’altro, era chiusa) ho conosciuto una ragazza ed un ragazzo che abitano qui vicino, mi hanno detto che se ho bisogno posso chiamarli e che, comunque, magari li vedrò in università! Abitano vicino alla basilica della folgorazione di Paolo che andrò a visitare domani!

    Ora vi saluto,

    ho già scritto tanto...il muezzin comincia a cantare...vuol dire che è giunto il tempo della preghiera.

    Anch’io mi fermo e vi ricordo nell’ora media!

    Vi abbraccio forte e Vi voglio bene!

     

     

    Vale

     

    July, 2008

    Buona Estate!

    La differenza tra un viaggio e uno spostamento nello spazio non è una cosa affatto scontata. Anzi, a dir la verità, è una cosa ben complicata che spesso passa inosservata ma che, a pensarci bene, semplifica le cose e ti porta a comprendere quel che non vorresti.

    Un viaggio, un cammino, ti allontana da te, ti riporta alla sostanza di quello che sei, ti fa compiere uno spostamento non solo fisico, nel mondo, quello fatto di concretezza tangibile, ma nel più intimo della tua coscienza togliendoti le certezza che hai per trasformarti in qualcosa d’altro.

    Un viaggio ti fa cambiare, forse crescere, maturare (anche se, su quest’ultimo verbo, potremmo discutere per delle ore cercando di coglierne il senso più vero).

    Un viaggio è poesia. La poesia che ti sfiora i capelli nella aria frizzante della sera di un paese diverso dal tuo, la poesia delle parole difficili, dei suoni strani, diversi, mai così forti.

    La poesia della contemplazione del panorama che scorre imperterrito sul vetro degli occhi, la poesia della storia che sfiori in punta di piedi, la poesia della fatica incessante del cammino.

    Il viaggio rivela la poesia delle cose, rivela l’intruglio dell’esistenza velato sotto quella strana parvenza di inconoscibile per riconsegnarti la sensazione, stupenda, di esser parte di un tutto uniforme d’amore.

    Il viaggio ti toglie da te togliendoti dalle tue abitudini, dalla consolante certezza della semplicità delle cose.

    Il viaggio rivela la poesia della vita: tutta la vita è un viaggio, una piacevolissima occasione di sperimentare la bellezza del creato per riscoprirsi creatura amata.

    Buon viaggio a tutti, fratellini e sorelline, ovunque voi andiate,

    ovunque voi siate!

     

    July, 2008

    La contemplazione sulle strade

     

    Cari amici, vi propongo un testo forse un pò lungo ma davvero molto bello!

    è di Carlo Carretto, un piccolo fratello che apprezzo molto!

    Spero di leggere qualche vostro commento!

    a presto!

    Ticcy

     

    La contemplazione sulle strade

    Carlo Carretto

      A questo punto mi sembra avvertire in te, amico, una domanda, accompagnata da un sorriso leggermente triste:
      "E allora: bisogna andare tutti nel deserto? Quale valore ha l'azione, l'impegno tra gli uomini, l'immergersi come lievito in questa città terrena? Com'è possibile ciò? Il deserto è lontano; mai potrò...".
      Sapevo che tu pensavi a ciò; ed è assolutamente necessario spiegarci con tutta chiarezza; perché ne va di mezzo addirittura uno scandalo per la tua anima, di cui posso involontariamente essere la causa.
      Charles de Foucauld un giorno ebbe a dire: "Se la vita contemplativa fosse solo possibile dietro le mura di un convento o nel silenzio del deserto, dovremmo, per essere giusti, dare un piccolo convento ad ogni madre di famiglia e il lusso di un po' di deserto ad un povero manovale che è obbligato a vivere nel chiasso di una città per guadagnarsi duramente il pane".
      Non è così?
      Fu la visione stessa della realtà in cui vive parte dell'umanità povera a determinare in lui la crisi centrale della sua vita, quella crisi che lo doveva portare così lontano dalla sua prima concezione di vita religiosa.
      Charles de Foucauld, come sapete, era trappista e aveva scelto la trappa più povera che esistesse, quella di Akbes in Siria.
      Un giorno il suo Superiore lo mandò a vegliare un morto, vicino al convento. Era un arabo cristiano deceduto in una povera casa. Quando fratel Carlo si trovò nel tugurio del morto e vide attorno al cadavere la vera povertà fatta di figli affamati e di una vedova indifesa, debole e senza alcuna sicurezza sul pane del giorno dopo, entrò in quella crisi spirituale che lo avrebbe fatto uscire dalla Trappa, cercando un quadro di vita religiosa così diverso dal primo.
      "Noi che abbiamo scelto l'imitazione di Gesù e di Gesù crocifisso, siamo ben lontani dalle prove, dalle pene, dall'insicurezza e dalla povertà a cui sono sottoposte queste popolazioni.
      "Non voglio più un convento troppo stabile; voglio un convento piccolo come la casetta di un povero operaio che non è sicuro se domani troverà lavoro e pane e che partecipa con tutto il suo essere alla sofferenza del mondo".
      "Oh, Gesù, un convento come la tua casa di Nazaret per annientarmi, scomparire come hai fatto Tu quando sei venuto fra noi" (Charles de Foucauld, Écrits spirituels).
      E uscito dalla Trappa, costruirà la sua prima fraternità a Beni Abbes nel Sahara e poi a Tamanrasset, dove morirà trucidato dai Tuareg.
      La "fraternità" doveva somigliare alla casa di Nazaret, quindi ad una delle molte case che tu incontri lungo le strade del mondo.
      Ma allora aveva rinunciato alla contemplazione? allora aveva affievolito il suo ardente spirito di preghiera? No; aveva fatto un passo avanti: aveva accettato di vivere la vita contemplativa lungo le strade, in un quadro di vita somigliante a quello di tutti gli uomini.
      Ciò è ben più duro!
      E Dio voglia che l'umanità faccia questo passo.
      Per questo Charles de Foucauld è all'alba di un periodo nuovo, d'un periodo in cui molti si sforzeranno di fare la sintesi tra contemplazione e azione, attuando in una concretezza vitale il primo comandamento del Signore: "Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo come te stesso".
      "Contemplazione sulle strade": ecco l'impegno di domani per i piccoli fratelli, per tutti i poveri.

    *  *  *

      E incominciamo ad analizzare questo elemento "deserto", che dev'essere presente, specie oggi, nell'attuazione di un sì impegnativo programma.
      Quando si parla di deserto all'anima, quando si dice che il deserto deve essere presente nella tua vita, non devi intendere solo la possibilità di andare nel Sahara o nel deserto di Giudea, o dell'Alta Valle del Nilo.
      È certo che non tutti possono procurarsi questo lusso o attuare praticamente questo distacco dal vivere comune. Il Signore mi ha condotto nel vero deserto per la durezza della mia pelle. Per me, fu necessario così; e tanta sabbia non mi è bastata a raschiare la sporcizia della mia anima, come capitò alla marmitta di Ezechiele.
      Ma non per tutti c'è la stessa via. E se tu non potrai andare nel deserto, devi però "fare il deserto"nella tua vita.
      Fare un po' di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della tua anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del "deserto" nella tua vita spirituale.
      Un'ora al giorno, un giorno al mese, otto giorni all'anno, per un periodo più lungo, se necessario, devi abbandonare tutto e tutti e ritirarti solo con Dio. Se non cerchi questo, se non ami questo, non illuderti; non arriverai alla preghiera contemplativa; perché essere colpevole di non volersi - potendo - isolare per gustare l'intimità con Dio, è un segno che manca l'elemento primo del rapporto con l'Onnipotente: l'amore. E senza amore non c'è rivelazione possibile.
      Ma il deserto non è il luogo definitivo; è una tappa. Perché, come ti dissi, la nostra vocazione è la contemplazione sulle strade. Lungo la via dobbiamo tornare dopo la pausa del deserto.
      A me, questo, costa assai. È così forte il desiderio di continuare a vivere qui per sempre, nel Sahara, che sento di già la sofferenza in previsione di un ordine dei Superiori, che certamente verrà: "Fratel Carlo, parti per Marsiglia, parti per il Marocco, parti per il Venezuela, parti per Detroit...".
      Devi tornare tra gli uomini, devi mescolarti a loro, devi vivere la tua intimità con Dio nel chiasso della loro città. Sarà più difficile; ma devi farlo. E non ti mancherà, per questo, la Grazia di Dio.
      Ogni mattina prenderai la strada, dopo la S. Messa e la Meditazione, e andrai a lavorare in una bottega, in un cantiere; e quando tornerai la sera, stanco, come tutti gli uomini poveri costretti a guadagnarsi il pane, entrerai nella Cappellina della fraternità e resterai lungamente in adorazione; portando con te, alla preghiera, tutto quel mondo di sofferenza, di oscurità e sovente di peccato in mezzo al quale hai vissuto per otto ore, pagando la tua razione di pena e di fatica quotidiana.
      Contemplazione sulle strade: è una bella frase, ma costa assai. Certo, sarebbe più facile e più dolce restare qui, nel deserto; ma sembra che Dio non voglia.
      La voce stessa della Chiesa si fa sempre più sentire per indicare ai cristiani la realtà del Corpo Mistico e l'apostolato in esso, per richiamare alla carità vissuta, per invitare tutti ad un'azione, che partendo dalla contemplazione, ritorna ad essa sul versante della testimonianza e della presenza tra gli uomini.
      I muri dei conventi si fan sempre più sottili e più bassi; si moltiplicano coloro che vivono la verginità nel mondo; i laici stessi prendono coscienza della loro missione e cercano la loro spiritualità.
      È davvero l'alba di un mondo nuovo, al quale non parrebbe retorico dare come consegna "la contemplazione sulle strade" e gli esempi per attuarla.

    *  *  *

      Ma non vorrei chiudere questa lettera senza dire due parole su un altro elemento basilare per la vita contemplativa, soprattutto se vissuta nel mondo: la povertà!
      È troppo importante, specie oggi.
      Per povertà non s'intende avere o non aver denari, avere o non aver pidocchi addosso. La povertà non è cosa materiale: è una beatitudine: "Beati i poveri in spirito". È un modo di essere, di pensare, di amare; è un dono dello Spirito.
      Povertà è distacco, è libertà, è soprattutto verità.
      Entrate nelle case borghesi, anche se cristiane, e vi convincerete della mancanza di questa beatitudine della povertà. I mobili, gli oggetti, l'insieme è spaventosamente eguale in tutte le case; esso è determinato dalla moda, dal lusso; non dal bisogno, dalla verità. C'era un vecchio tavolo robusto, comodo, ricco di ricordi. No; bisogna metterlo in cantina e sostituirlo inutilmente, con un altro che ha solo delle pretensioni, che sarà vuoto di senso, e che avrà solo il merito di far dire all'amico: "È di moda".
      Questa mancanza di libertà, meglio, questa schiavitù della moda è uno dei diavoli che tiene avvinghiato solidamente un gran numero di cristiani.
      Al suo altare, quanti denari si sacrificano! E senza tener conto che si potrebbe fare tanto bene.
      L'essere povero in spirito significa innanzitutto essere liberi da ciò che si chiama moda, significa libertà.
      Non compero una coperta perché è di moda; compero una coperta perché ne ho bisogno. Senza coperta, il mio bambino trema nel letto.
      Il pane, la coperta, il tavolo, il fuoco sono cose necessarie in sé. Il servirsi di esse è realizzare il piano di Dio. "Tutto il resto vien dal maligno", si potrebbe dire parafrasando un'espressione di Gesù a proposito della verità. E questo "resto" è la moda, la consuetudine, il lusso, l'impinguamento, la ricchezza, la schiavitù, il mondo.
      Non ciò che è vero si cerca, ma ciò che piace agli altri. C'è bisogno di questa maschera: senza di essa non si è più capaci di vivere.
      Ma le cose si fanno gravi quando entrano di mezzo gli "stili" e le spese diventano astronomiche. "Questo è un Luigi XIV..., questo è Barocco puro..., questo ecc., ecc.".
      E diventano più gravi ancora quando "gli stili" entrano nelle case degli uomini di Chiesa chiamati per vocazione ad evangelizzare i poveri.
      C'è sì una giustificante, ed è che in questi ultimi secoli, dalla Rinascenza al Barocco, il trionfalismo della Chiesa e il bisogno sentito dalle folle d'onorare degnamente Dio e le cose di Dio si sono espressi in un lusso e in una pompa davvero straordinarie.
      E i poveri non ne avevano scandalo, anzi piaceva loro tutto quel luccichio e quella sontuosità.
      Ricordo mia madre, che pur era povera, parlare con orgoglio di cristiana e con soddisfazione della bellezza della casa del Vescovo e della lunghezza delle macchine dei prelati che parcheggiavano sotto la finestra.
      Ma le cose son cambiate e non stanno più così e se sapesse o meglio sentisse i moccoli che splodono dietro la sua elegante macchina americana quel Monsignore, mio vecchio amico, farebbe in fretta a raccorciarla o combiarla con una utilitaria di tinta bigio-sporco o, meglio ancora, andrebbe in bicicletta.
      Si parla della "Chiesa dei poveri"e non credo sia una frase retorica.
      Ma bisogna intendersi sul significato delle parole.
      Quando si parla della povertà della Chiesa non si deve identificarla con la "beatitudine della povertà". Questa, la beatitudine, è una virtù interiore e non posso e non debbo giudicarla nel mio fratello.
      Anche colui che è ricco di beni, anche il Pontefice coperto di un piviale d'oro possono e debbono avere la beatitudine della povertà: nel cuore, possono e debbono essere "poveri in spirito". Nessuno può giudicarli su quella frontiera, specie nella Chiesa.
      Ma quando si parla della povertà nella Chiesa si intende la povertà sociale, il volto povero di essa, l'attenzione ai poveri, l'aiuto ai poveri, l'evangelizzazione dei poveri.
      E la cosa è ben diversa.
      Quando si parla di povertà nella Chiesa si intende il rapporto con gli altri ed è questo che scandalizza il povero, come scandalizzava S. Paolo il modo di fare dei cristiani di Corinto.
      "Radunandovi dunque assieme non è che mangiate la Cena del Signore, poiché ciascuno s'affretta a prendere e consumare la propria cena e c'è chi patisce la fame e chi invece s'ubriaca. O non avete la vostra casa per mangiare e bere? Avete forse in dispregio la Chiesa di Dio, e volete fare arrossire quelli che non possiedono nulla?" (1Cor 11, 20).
      E non facciamo noi forse arrossire il povero quando gli passiamo vicino con la nostra potenza e ricchezza mentre lui non ha i soldi per pagare l'affitto? Come potremo evangelizzarlo stando dall'alto della nostra sicurezza economica mentre lui non sa se domani avrà lavoro e pane?

    *  *  *

      Ma la povertà come beatitudine non è solo verità, libertà e giustizia; è e resta amore, e i suoi confini divengono infiniti come i confini delle perfezioni divine.
      Povertà è amore verso Gesù povero, cioè verso l'accettazione volontaria d'un limite. Gesù poteva essere ricco; non aveva bisogno di un limite ai sui desideri. No; volle essere povero per partecipare alla limitazione universale dei poveri, per sopportare la mancanza di qualcosa, per soffrire nella sua carne la dura realtà che pesa sull'uomo che cerca il suo pane, e nel suo spirito l'instabilità perenne di chi non possiede.
      Questa povertà autentica, sopportata per amore, è la vera beatitudine di cui parla il Vangelo.
      Troppo facile parlare di povertà spirituale, riempirsi la bocca di parole pie e non mancare di nulla e avere casa sicura, disponsa ben fornita e conti in banca.
      No; non facciamoci illusioni e non cambiamo i termini delle cose più preziose dette da Gesù.
      Povertà è povertà, e resta povertà; e non è sufficiente fare il voto di povertà per essere poveri in spirito.
      C'è uno scandalo oggi nelle anime dei poveri; e per toglierlo sarebbe meglio parlare meno del solito tema sulla castità e mettere maggiormente l'accento su questa beatitudine che minaccia davvero di essere spazzata via dalla realtà del cosiddetto "vivere da cristiani".
      Se è vero, com'è vero, che la perfezione della legge sta nella carità, tale perfezione deve investire in pieno i miei averi, le mie ricchezze; altrimenti non conoscerò la beatitudine.
      Se amo, se veramente amo, come potrò sopportare che un terzo dell'umanità sia minacciata di morire di fame, mentre io conservo tutta la mia sicurezza e la mia stabilità economica? Facendo così, sarò un buon cristiano, ma non sarò certamente un santo; ed oggi c'è inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi.
      Saper accettare l'instabilità, mettersi nelle condizioni di tanto in tanto di dover dire il "dacci oggi il nostro pane quotidiano" con un po' di ansia, perché la dispensa è vuota; avere il coraggio, per amore di Dio e del prossimo, di dare senza misura, e, soprattutto, mantenere aperta sul povero cielo dell'anima nostra la grande finestra della fede viva nella Provvidenza di un Dio Onnipotente: questo occorre.

    *  *  *

      So che ciò che ho detto sulla povertà è grave e so che anche nel mondo non ho saputo attuarla.
      Chi ha cambiato il vecchio tavolo di casa sua per un altro insignificante sono io; chi ha vissuto per anni dietro la maschera del "piacere agli altri" sono io; chi ha speso denari e non solo suoi per le cose "non vere" sono io.
      Eppure, nonostante questo, non posso tacere; e ai vecchi amici debbo dirlo: badate alla tentazione delle ricchezze. È molto più grave di quanto appaia oggi ai cristiani benpensanti e semina strage nelle anime, proprio perché si sottovaluta il pericolo o perché "a fin di bene" tutto diventa lecito.
      La ricchezza è un veleno lento, che colpisce quasi insensibilmente, paralizzando l'anima nel momento esatto della sua maturità. Cono le spine che crescono col grano e che lo soffocano proprio quando comincia a mettere la spiga. Quanti, uomini o donne, anime religiose che pur hanno superato il duro scoglio dell'impurità, si lasciano irretire nella maturità della vita da questo demone vestito bene e di gusti borghesi.
      Ora che la solitudine e la preghiera mi hanno aiutato a vedere più chiaro, comprendo perché contemplazione e povertà sono inseparabili.
      Non si può giungere alla intimità con Gesù a Betlemme, con Gesù esule, con Gesù operaio a Nazaret, con Gesù apostolo che non ha ove posare il capo, con Gesù crocifisso, senza aver operato in noi quel distacco dalle cose, da Lui così solennemente proclamato e vissuto.
      Non si giungerà di colpo a questa dolcissima beatitudine della povertà. La vita non ci basterà a realizzarla in pieno; ma è necessario pensarci, riflettere, pregare.
      Gesù, il Dio dell'impossibile, ci aiuterà; compirà, se necessario, il miracolo di far transitare il cammello della parabola attraverso la cruna stretta e arrugginita della nostra povera anima malata.
    July, 2008

    NoN SoNo CoSì PiCcOlo!!!

    Nascere piccoli...
    che guaio!
    Signore,
    se è vero che puoi tutto
    perché non ci hai fatto nascere
    subito grandi, già adulti?

    Ma Tu ci hai fatto nascere
    piccoli...
    Che guaio!

    Nessuno ci ascolta,
    nessuno ci dà importanza.
    Tutti hanno qualcosa da
    insegnarci,
    da imporci, da consigliarci.

    Tu però ci hai fatto nascere piccoli
    e non puoi esserti sbagliato
    in una questione così importante.
    La cosa che più ci infastidisce,

    Signore,
    è che tutti dicono:
    "Quando sarai grande...
    Quando sarai cresciuto...
    Domani...".

    Ecco, Signore,
    "domani", sempre domani.

    Ma Tu puoi averci creato
    per aspettare,
    per diciotto anni,
    che arrivi domani?

    E quelli che muoiono
    prima di essere diventati grandi?

    No.
    Tu, Signore, ci hai creato per oggi.

    Tu che non hai detto ai piccoli:
    "Diventate come i grandi!";
    ma che hai detto ai grandi:
    "Diventate come i piccoli!",
    aiutaci a capire,
    aiutaci a vivere,
    aiutaci a valorizzare,
    aiutaci a mettere a servizio
    questa nostra strana età.
    June, 2008

    Padre Nostro

    ...sono diverse versioni...forse...
     
    PADRE NOSTRO  ORO
     
     
    PADRE NOSTRO  Pier Paolo Pasolini
     
     
     
    E tu...cos'è per te il Padre Nostro?!
     
    June, 2008

    Atti di reale cortese affetto!

    Ciao ragazzi!
    E anche quest'anno è andato...o quasi!
    Mi prenderete per pazza: non è mica dicembre!
    Avete ragione, non è dicembre e stasera non si spareranno dei magnifici botti per l'ultimo dell'anno e domani nelle Chiese non risuonerà il Te Deum e non si scambieranno baci di "buon anno" e non si aprirà lo spumante e non si mangerà lenticchie e zampone etc etc etc.
    Non sono impazzita nè tanto meno mi sono lasciata confondere da questo tempo che è sempre troppo "invernale", semplicemente mi accorgo che, lento lento, quest'anno di attività e di condivisione sta per finire: arriva l'estate.
    Questi sono giorni in cui si "tirano le fila" dell'anno passato: la scuola, gli amici, le attività, le proposte, gli esami, i tempi trascorsi insieme...
    Sono giorni in cui tutto, in sordina, volge verso il termine (tutto tranne gli esami, ovviamente)!
    Per me poi questo periodo assume un sapore tutto particolare: sà un pò di deserto.
    L'ultimo sforzo per gli ultimi esami e poi i preparativi per una piccola grande partenza.
    Questo periodo ha il sapore di un momento forte di crescita e di allontanamento, quasi un giro di boa.
    Mi fermo spesso e mi volto a guardare indietro, in quest'anno così strano e così tanto bello, un anno condiviso con dei ragazzi in cammino.
    Mi volto e vedo l'inzio di un percorso bellissimo con degli adolescenti davvero speciali: le fontane di luce, il ritiro a Monza, Assisi, le discussioni dei venerdì, i cavolari, le risate, i sorrisi, le preghiere, le confidenze, la Vita Comune.
    Vedo momenti difficili in cui i cuori di tanti amici hanno abbracciato il mio un pò sofferente. Vedo Zio che riposa tra le braccia di Gesù, l'abbraccio di un amico, le lacrime sulla mano, il sorriso sulle labbra.
    Vedo persone speciali con cui ho condiviso i divertimenti delle sere infinite e l'apprensione della vigilia dell'esame.
    Vedo delle giude sempre presenti e affettuose, vedo...degli amici che decidono di dirsi il loro sì, altri che decidono di donarsi a tutti.
    Vedo il tanto amore che mi è stato dimostrato e non posso che dire grazie, con un filo di commozione e tanta riconoscenza e dire a tutti, con il cuore in mano e una piccola lacrimuccia a solcare il viso, che, davvero, siete, tutti in modo speciale, un grande dono per le persone che incontrate e che decidete di amare.
    Grazie per questi mesi e per tutti quelli che verranno.
    Grazie per ogni lacrima e sorriso,
    Grazie semplicemente perchè ci siete!
     
    Buon Cammino e Buona Estate!
     
    Vale
     
    June, 2008

    In attesa della Vita Comune in Oratorio

    Hey ragazzi...non sentite già aria di Vita comune e quasi di Grest?
    Manca poco a giovedì, ci siamo quasi!
    pronti a scaldare cuore, sorriso, voglia di fare e condividere?
    pronti a mettervi in gioco?
    ma certo che lo siete, lo siete sempre stati!
    vedrete, sarà un'esperienza inimenticabile: parola di lupetto!
    Fate girare ancora voce, l'iscirizione è prorogata fino a mercoledì mattina!
    forza che...più siamo più sarà bello!
    vi propongo qualche piccolo spunto per riflettere prima di iniziare la nostra avventura.
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate...
    :-) ciao belli!
    a presto!
     
    Vale
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    Vita comunitaria

    (Jean Vanier, Ogni uomo è una storia sacra)

    La vita comune può diventare una vera scuola in cui si cresce nell'amore; è la rivelazione della diversità, anche di quella che ci da fastidio e ci fa male; è la rivelazione delle ferite e delle tenebre che ci sono dentro di noi, della trave che c'è nei nostri occhi, della nostra capacità di giudicare e di rifiutare gli altri, delle difficoltà che abbiamo ad ascoltarli e ad accettarli. Queste difficoltà possono condurre a tenersi alla larga dalla comunità, a prendere le distanze da quelli che danno fastidio, a chiudersi in se stessi rifiutando la comunicazione ad accusare e a condannare gli altri; ma possono anche condurre a lavorare su se stessi per combattere i propri egoismi e il proprio bisogno di essere al centro di tutto, per imparare a meglio accogliere, comprendere e servire gli altri. Così la vita in comune diventa una scuola di amore e una fonte di guarigione. L'unione di una vera comunità viene dall'interno, dalla vita comune e dalla fiducia reciproca; non è imposta dall'esterno, dalla paura. Deriva dal fatto che ciascuno è rispettato e trova il suo posto: non c'è più rivalità. Unita da una forza spirituale, questa comunità è un punto di riferimento ed è aperta agli altri; non è elitista o gelosa del proprio potere. Desidera semplicemente svolgere la propria missione insieme ad altre comunità, per essere un fattore di pace in un mondo diviso.

     

    Maturare insieme

    (Kahlil Gibran)

    Non troverai mai persone assolutamente
    congeniali con cui vivere:
    neanche una su un milione a cui
    tu possa sempre dire ogni cosa.
    Ma questo che importanza ha?
    Il rapporto può essere dolce comunque.
    Ciò che ordinariamente si definisce
    "comprensione" può essere "asservimento".
    La cosa veramente grandiosa è
    il maturare della consapevolezza.

     

    La comunità del perdono

    (Jean Vanier, La comunità luogo del perdono, luogo della gioia)

    La comunità è il luogo del perdono.
    Nonostante tutta la fiducia che possiamo avere gli uni negli altri, ci sono sempre parole che feriscono, atteggiamenti in cui ci si mette davanti agli altri, situazioni in cui le suscettibilità si urtano.
    E' per questo che vivere insieme implica una certa croce, uno sforzo costante e un'accettazione che è un mutuo perdono d'ogni giorno.
    San Paolo dice: "Voi dunque, eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenera compassione, di benevolenza, di umiltà, di dolcezza, di pazienza; sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri, se uno ha contro l'altro qualche motivo di lamentela; il Signore vi ha perdonato, fate lo stesso a vostra volta. E sopra ogni cosa sia la carità, che è il vincolo della perfezione. Con questo, la pace di Cristo regni nei vostri cuori: è questa la chiamata che vi ha riuniti in un medesimo corpo. Infine, vivete in azioni di grazie!".

    Non siamo rocce

    (J. Vanier, La comunità, Jaca Book)

    Un giovane si recò un giorno da un padre del deserto e lo interrogò:
    - Padre, come si costruisce una comunità?
    Il monaco gli rispose:
    - E' come costruire una casa, puoi utilizzare pietre di tutti i generi; quel che conta è il cemento, che tiene insieme le pietre.
    Il giovane riprese:
    - Ma qual è il cemento della comunità?
    L'eremita gli sorrise, si chinò a raccogliere una manciata di sabbia e soggiunse:
    - Il cemento è fatto di sabbia e calce, che sono materiali così fragili! Basta un colpo di vento e volano via. Allo stesso modo, nella comunità, quello che ci unisce, il nostro cemento, è fatto di quello che c'è in noi di più fragile e più povero. Possiamo essere uniti perché dipendiamo gli uni dagli altri.